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L’Intellettuale e il Popolo - Un manifesto

La riflessione che ho maturato in più di un anno di attività politica, al fianco di due consiglieri comunali e di ragazzi delle giovanili di partito, mi ha lasciato in eredità un pesante fardello di disillusione e, nel contempo, di speranza.

Disillusione perché mi rendo conto, più che mai, che la costruzione di un nuovo Paese più giusto e più equo passa necessariamente dal cosiddetto “Gioco di Palazzo”. Una sorta di strategia continua, una partita a scacchi anche contro gli stessi amici, per arrivare a ottenere una serie di risultati “per il bene comune”. Bene comune che, come valore, si avviluppa, si incrocia, si annoda, necessariamente alla presunzione d’avere la verità non come oggetto, ma come identità vera e propria radicata nella mai sopita spinta ideologica, anche laddove questa manca: leggasi nuova sinistra italiana.

Speranza perché ho sentito, in me come in altri, la necessità del cambiamento.

Nella mia città è mancato, come in tutto il resto del Paese, un vero e proprio intervento da parte di quella classe intellettuale e professionale della media e piccola borghesia che è il substrato incontrastato dell’intellighenzia nazionale. Il popolo che manifesta su internet e nelle piazze, che costruisce opinione e spirito critico, si nasconde necessariamente fra le giacche scure degli avvocati e dei professori, dei giornalisti e dei praticanti, degli studenti universitari, dei preti e predicatori e perché no, anche dei piccoli politici. Se questi ultimi però scambiano sistematicamente la loro volontà combattiva con pieghe di partito, gli altri latitano sul piano del confronto, della lealtà verso la gente che millantano voler aiutare, andando soltanto a costruire un angolo di mondo dove poter criticare l’ignoranza altrui e sentirsi migliori.

E’ il caso di quegli intellettuali che criticano il mondo creato dal Presidente Berlusconi, fatto di continui scambi con il senso comune del pudore e della Morale, ma che non fanno nulla per spiegare a quei cittadini del “popolino” i contenuti del Berlusconismo. Si crea così la condizione per cui l’Ignoranza, intesa come status sociale e percettivo della realtà, non è una condizione inculcata dalle condizioni socio-economiche in cui versa un gruppo di cittadini, bensì un handicap difficilmente sanabile. E su queste basi, c’è soltanto da chiedersi come l’Italia saprà riciclarsi.

La penuria di idee manca innanzitutto in quel microspazio pseudo intellettuale, che riduce la propria sfera d’influenza fino a mostrarsi come élite ripugnante perché non migliore del resto della popolazione, ma semplicemente perché condizionata da un cammino, il più delle volte, facilitato dalla propria provenienza o dal scambi con quelli che sono i partiti, le entità ibride dell’economia, i gruppi di potere.

Non si può incolpare per questo il popolo. Non si può altresì colpire con insulti e rimbrotti la classe dirigente. Il tutto è figlio di un circolo vizioso che negli anni ha perso il suo carattere virtuoso: l’Autodeterminazione. Un’Autodeterminazione che nasce, necessariamente, dalla spinta a voler per sè e per la propria gente, il meglio per tutti. Il Bene Comune, l’unica via del ventunesimo secolo per non sprofondare nel baratro, raccontanto perfettamente dal teorico Pallante e dai teorici della Decrescita Felice, ma anche e soprattutto da quei cittadini che ogni giorno combattono per un sopruso continuo e ingiusto: dalle falsità sugli inceneritori e il nucleare, alla realizzazione di inutili opere pubbliche alla distruzione del territorio ingiustificata.

La civiltà dell’Amore proposta ideologicamente da TUTTE le religioni non ha fallito. Ha soltato mostrato, negli anni, il lato umano e debole. Si sono persi, a causa delle miserie di una Chiesa Cattolica che rischia di ridursi a mera cassa di risonanza per i cosiddetti “poteri occulti”, o al Basso Medioevo dove ancora vivono frange estreme dell’Islam o dell’Induismo, i valori di Unione e di Cammino verso il Nirvana Universale (qualsiasi esso sia) che avrebbero - e che possono ancora - richiamare i popoli al vero unico spirito di crescita planetaria, e nel nostro piccolo, nazionale.

E’ ora di valorizzare anche quei valori, non mascherandosi dietro ad essi come accaduto fino ad ora (leggasi intrasigenze clericali in materia di legislazione italiana e l’ingiustificato, continuo assolvere il capo del nostro Presidente del Consiglio e delle sue variegate compagnie), ma ripartendo da ciò che ancora può salvare il popolo. L’Intellettuale, come figura cardine della società, ha l’obbligo morale di adoperarsi per spiegare come il Bene Comune sia una conquista e non una sconfitta, un valore e non una banale deviazione del proprio amor proprio.

Il Rinascimento fece riscoprire dopo gli anni oscuri del Caos medievale il sapore della bellezza soggettiva, dell’Arte e della complessità della mente, che andava coraggiosamente contro le isterie religiose e i dogmi incosistenti di un potere temporale.

Oggi si cerca, disperatamente, di mascherare quel potere in una democrazia dove il cittadino è semplice spettatore, braccio armato in una manifestazione continua gli uni contro gli altri, accontentato con una carota fatta di programmi televisivi spazzatura e bastonato da balzelli e disservizi.

Il cittadino deve obbligare la sua classe dirigente a tornare a essere solo ed esclusivamente rappresentante e non regnante, e per farlo deve trovare all’interno del suo spazio sociale, il Popolo, la forza per dare questo imprinting. Chi non lo facesse, considerandosi superiore allo scendere per le strade a diffondere la propria cultura e dando così i mezzi a chi non li ha, si farebbe complice di quella classe dirigente che oggi spolpa, in tante maniere spregiudicate e subdole, questa nostra bella Italia.

La fase che attraversiamo oggi è decisiva: se questa missione fosse rinnegata, o peggio ostacolata, a pagarne le conseguenze sarebbero inimmaginabili: perché già da due generazioni sta passando l’idea che la vita sia solo una grande gara al possesso, dove le regole possono essere bistrattate e dove il più forte ha sempre la meglio. Queste due generazioni, che oggi sono racchiuse fra i 12 e 30 anni, rischiano di essere la lapide di tutto il Futuro. Dobbiamo aiutare i nostri concittadini a riprendere la strada maestra che oggi è solo ed esclusivamente il concetto di Bene Comune e di Comunità: e questa responsabilità è assolutamente prioritaria fra quelli che hanno avuto modo di formarsi, di acquisire conoscenze e nozioni, realizzandosi professionalmente, ideologicamente, culturalmente.